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La fontana Greca di Gallipoli - blog finestrasulsalento

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La fontana Greca di Gallipoli

Pubblicato il: 2013-02-27 21:08:24

Categoria:  News Gallipoli e Salento - Monumenti a Gallipoli e Salento

Circondati dal mare, nel corso di lunghi secoli gli abitanti di Gallipoli che avevano bisogno di acqua dolce si andavano a rifornire alla maestosa Fontana Greca, che oggi resta uno dei monumenti più illustri e magnifici della città.
Per lungo tempo si è ritenuto che la fontana di pietra calcarea fosse la più antica d’Italia perché si faceva risalire la sua costruzione al III secolo a.C. a opera di alcune popolazioni elleniche (da cui deriva il nome), ma studi più recenti hanno collocato la sua creazione in età rinascimentale.


Originariamente la fontana sorgeva nella zona delle terme, chiamata “fontanelle”, ma a causa dell’erosione dovuta al mare, nel 1548 venne spostata nei pressi dell’antica Chiesa di San Nicola, che oggi non esiste più.
Nel 1560 venne nuovamente smontata e ricostruita nel luogo dove è tuttora ammirabile, nei pressi del ponte vicino al castello Angioino, nel tratto che congiunge il borgo nuovo e la città vecchia.

La fontana è composta da due facciate.
La più antica è rivolta a sud-est, mentre la più recente, costruita nel 1765, guarda a nord-ovest. L’intera opera è strettamente legata alla tradizione mitologica, come dimostrano gli episodi narrati dai bassorilievi scolpiti sulle facciate, e al folclore mistico, come indica la ricorrenza del numero tre in diversi punti della struttura.
In basso si trovano infatti tre vasche scolpite e rette ognuna da tre putti, destinate alla raccolta dell’acqua, dove si andavano a dissetare gli animali e, fino agli anni cinquanta, anche gli uomini.

Sulla facciata più recente, che si espone alla tramontana, sono incisi lo stemma di Gallipoli, un gallo con la corona che porta tra le zampe un cartiglio, un’iscrizione in latino che recita “fideliter excubat” (“vigila fedelmente”) e le insegne di Carlo III di Borbone.

Ma è sicuramente la facciata più antica, che guarda a scirocco, che ha regalato alla fontana la sua gloria intramontabile attraverso i secoli.
Questa è suddivisa in tre parti da quattro cariatidi che sorreggono l’architrave impreziosito da un ricco decoro e alto circa cinque metri. Nei tre comparti sono scolpiti bassorilievi ricavati da lastre di pietra dura locale, che rappresentano tre metamorfosi di figure mitologiche femminili che, secondo la tradizione classica, furono trasformate in fonti dagli dei.
Le loro storie furono cantate dai poeti Ovidio e Ausonio.

La prima è la storia di Dirce, regina di Tebe e moglie di Lico, figlio di Poseidone.
Un giorno il re accolse in casa la nipote Antiope, cacciata da suo fratello Nitteo. Dirce, presa dalla gelosia, trattò la giovane come una schiava e quando lei diede alla luce due gemelli, Anfione e Zeto, Lico decise di abbandonarli sul monte Citerone.
I piccoli furono trovati da un pastore che li allevò e quando crebbero e vennero a conoscenza della loro storia, decisero di vendicare la propria madre e uccidere Lico e Dirce, legandoli ad alcuni tori che ne avrebbero dilaniato le membra. Il dio Dioniso, tuttavia, ebbe pietà di Dirce e la trasformò in una fonte.
Sul bassorilievo la donna è rappresentata a terra tra due tori e in alto si scorge Dioniso.

Il secondo mito narrato sulla fonte gallipolina è quello della ninfa della fontana Salmace, che rifiutò l’obbligo di verginità legato al culto di Diana per amore del dio Ermafrodito, figlio di Venere e Mercurio.
Il giorno in cui il giovane dio giunse alla fontana, Salmace lo abbracciò e pregò gli dei che li facessero restare insieme per l’eternità. Gli dei esaurirono la sua richiesta e congiunsero i due in un solo corpo. Ermafrodito maledisse la fontana e chiese che chiunque vi si bagnasse condividesse il suo tragico destino. Nel secondo comparto si possono dunque ammirare i corpi nudi dei due giovani incatenati mentre si trasformano in una fonte, sotto gli occhi di Venere e Cupido.

La terza rappresentazione è quella di Biblide, figlia di Mileto e Ciane, che si innamorò del proprio fratello Cauno, il quale per sfuggire al suo amore scappò lontano.
Biblide lo inseguì attraversando molti paesi, ma alla fine cadde stremata in lacrime. Allora gli dei ebbero pietà di lei e la trasformarono in una fonte.
La tragica scena è raffigurata sulla Fontana Greca, con la ninfa che stringe tra le mani il mantello del fratello.

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